Il bosco di San Vito fa da corona alla nostra Fattoria del Re. Si chiama così perché da qui si diparte il Sentiero del Re, dove Ferdinando invitava i Regnanti d’Europa alle sue famose battute di caccia. Il panorama è davvero grandioso, certamente uno dei più suggestivi d’Italia.
Percorrendo il sentiero ci si imbatte nell’acquedotto noto come di San Vito che è rappresentato nella pianta della Reale Riserva di Monte Tifata. La flora è quella caratteristica della macchia mediterranea. Nella zona bassa, troviamo una piccola fascia di terreni coltivati a vigneti ed uliveti. Nel sottobosco molto rigoglioso troviamo edera, ginestra, finocchio selvatico, pungitopo, lentisco, cardo mariano, rucola, rosa canina, mirto. Sui pendii fino in cresta, roverelle, lecci, olmi e in alcuni punti il castagno. La fauna che caratterizza il bosco è composta da un gran numero di specie di uccelli, che presentano un’alternanza di comunità nelle varie stagioni, come il picchio, la cinciarella, il cardellino, il merlo, il fringuello, il pettirosso, tortora comune, l’usignolo. Tra i mammiferi il tasso, la volpe, riccio, talpa, ghiro (moscardino), il cinghiale. Tra gli anfibi , con grande sorpresa, sono stati ritrovati esemplari di Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata). Marco Tullio Cicerone, che dimorò in zona, esalta con appassionato vigore il nostro territorio di Sant’Angelo in Formis definendolo: Al più bello di questo mondo; l’unico fiorentissimo fondo del popolo romano, la sorgente della ricchezza, il decoro della pace. L’espressione Tifata è identificabile con il concetto di “bosco di lecci”, dal che deriva che quel nome è stato attribuito al monte perché era tutto ricoperto di lecci, piante sempreverdi ad alto fusto, con chioma dalle foglie cerose, simili a quelle della quercia. Alla vetta del nostro monte, chiamato anche S. Nicola, spesso coperta di nuvole, gli agricoltori volgevano lo sguardo per divinare il tempo sereno o burrascoso. Ancora oggi, nelle campagne, si usa dire “quando S. Nicola fa cappa, se oggi non piove domani non scappa”. Ordunque, si sa che a “destra del monte Tifata dalla parte d’Oriente e propriamente nelle sue radici fu edificato un grande, spazioso e magnifico tempio ad onore della dea Diana, detto di Diana Tifatina”. Nella celebrata pianura campana sono ubicate varie città; tra esse primeggia Capua, la fiera, superba antagonista di Roma. La Capua che, secondo Cicerone, è da annoverare tra le più antiche, le più ricche e le più eccellenti del mondo, Velleio Patercolo fa nascere Capua cinquant’anni prima di Roma: invero essa vanta natali ancora più remoti. Il mito della fondazione di Capua si ricollega alle grandi migrazioni dei popoli antichi dell’Asia e dell’Etruria. . Successivamente, quasi un secolo prima della fondazione di Roma, un capo etrusco di nome Osco, seguito da una moltitudine di gente alla ricerca di nuovi spazi, visto un luogo boscoso e ameno, decise di prendervi stabile dimora. Gli abitanti, detti Osci, avevano come divinità un serpente, animale che successivamente fu assunto nello stemma antico della città di Capua.